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Ci alzammo dai letti a forma di domani.Ci alzammo con i sogni ancora a penzolare dalla bocca di una vecchia e sfatta puttana, venditrice d'anime.Ci vestimmo di chiari e scuri e corremmo fuori a conquistarci.Seguimmo rotte fatte di croci e spighe salsedinose, addentrandoci in campi gravitazionali e spirali di parole. Camminando sui crepuscoli cosmici e nei sentieri della memoria di un vecchio, ci ritrovammo sulle cime dell'abbandono a meditare sulla vita e sulla morte. Avevamo le mani sudice dei lamenti dorati di stelle, colpevoli di rilucere testamenti d'amore negli sguardi di uomini e donne; finimmo così per essere accalappiati da occhi lucenti, incastonati su un viso rabbuiato e relegati dal Re dell'insonnia per farne un calendario senza date né giorni.Ci schiantammo su vuoti tridimensionali e barricate di orizzonti. Tutto ci apparve più vicino e irreale, capace di sedurre le immagini che ci comparvero, attirandole a noi perché si incollassero alle tempie, orientando le menti su terre lontane o su zolle di salino.Riposammo sotto confini d'aria, con le nuvole a fiatarci addosso, rinfrescando gli orizzonti che avevano preso il posto delle iridi.Ma non ci addormentammo, perché una pagliuzza di orizzonte ci pizzicava le palpebre, spingendoci a proseguire per completare il puzzle della vita, composto di nostra carne ed emozioni. Gli inferi e le promesse divine si combattevano per mettere la propria cornice su quel puzzle e appenderlo sulle loro ampie pareti, così che qualunque umano potesse vederlo, guarendo o ammalandosi a seconda della forza che lo avesse conquistato.Alla fine arrivammo, esausti ma felici, nella città costruita con sabbia e carta, con gli abitanti provenienti dalle caverne dell'atemporalità pronti ad osannarci, applaudendo i nostri resti, vestendoli di secoli e secondi, fotografandoci e incollando le foto sull'album della memoria del vento.Festeggiammo sotto portici di luce e buio, bevendo del buon vino in calici fatti di ossa e denti della luna, facendo l'amore con i pensieri altrui, ottenendo orgasmi torbidi e limpidi per farci sentire come un desiderio.A notte fonda, quando la gente dormiva, scappammo e ci accampammo nel deserto, con le mani di un temporale a premerci sul cuore, folgorandoci i battiti: così solo il silenzio e la morte si potevano udire attorno a noi.Eravamo stanchi e disidratati, e le palpebre cominciarono a calare, senza però prima coprire le nostre percezioni e i sensi con lenzuoli fatti di cielo e mare.Alla fine ci addormentammo, senza accorgerci che il vento e la marea spazzarono quel paese di carta e sabbia che poche ore prima ci aveva accolti trionfatori.Ci alzammo di primo mattino, con l'alba a scenderci nei polmoni, e cominciammo a essere liberi di illuderci, senza che la realtà ci svegliasse...